Università di Genova, Scienze Matematiche Fisiche e Naturali: che passione!

Premessa: questo pezzo l’ho scritto all’epoca della mia laurea in Scienze Naturali, il 24 febbraio 2006 per la precisione. L’avevo pubblicata sugli MSN Spaces prima e poi su Facebook, ma solo ieri, compilando il nuovo favoloso diario di Facebook, ho visualizzato la sua vera e reale collocazione: il blog di WordPress.

Ah, e sì, è davvero una marea di caustiche stronzate sulla mia università, ma d’altronde, se così non fosse, che divertimento ci sarebbe? Quindi godetevi il massacro.

QUESTO BLOG È STATO BANNATO DALL'UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI GENOVA. REGOLATEVI.

UniGe/MFN…dove cominciare per descriverla?

Beh iniziamo dicendo che è indescrivibile: se non ti sei iscritto, non puoi saperlo e chi la conosce la evita (o per lo meno lo fa dopo la laurea triennale).
Comunque ci proverò…

Il misterioso fenomeno della “pulizia”
Potrei parlare della pulizia, cioè di quella che non c’è, e, perciò, mi chiedo anche perché mai parlarne.
D’altronde non possono essere considerate opere d’arte pop i mucchi di sigarette agli angoli delle scale? O le macchie di chissà quale misteriosa provenienza che costellano e guidano noi studenti fino alle altezze empiree del Settimo Piano. Alcuni Egregi Scienziati del Dip.Te.Ris (che, per chi non lo sapesse, è un dinosauro con delle felci sulla schiena, la testa e le ali di un nematocero e un cristallo in mano…e qui lascio agli Egregi Scienziati del Posteriore l’ardua sentenza…) giurano di poter dimostrare che essi formano una sorta di mappa nella – seppur “poco evoluta” – mente dello studente e, senza quei punti di riferimento, essi, mentre ascendono alle altezze del Settimo Piano, non potrebbero orientarsi correttamente! Anzi, secondo alcuni teorici più spinti, gli studenti non riconoscerebbero nemmeno più il luogo dai loro piedi calcato.
Questo fatto della…si, come si chiama…ah, pulizia, sarebbe anche inconcepibile con l’avvistamento di alcune forme di vita altamente specializzate – chiamate affettuosamente “bidelli” – dotate di un’appendice sfrangiata (potremmo dire “a scopa”) e una a sacciforme (potremmo dire “a sacco della rumenta”) con cui rimuoverebbero il sozzume (o per la precisione i “riferimenti della mappa mentale”). Incredibile! Una cosa del genere non l’avevo mai sentita, eppure nel tempo libero (cioé dalle 6 di sera alle 7 del mattino, perché ovvimente sono iscritto alla nobile Scienze Naturali – perciò devo fare più ore dell’orologio -) leggo anche libri di criptozoologia. Che creature impossibili sarebbero questi “bidelli”!

Qualcuno resusciti l’ascensore!
Potremmo poi parlare di quella sorta di bara (chi ci è entrato sa che potrebbe anche non uscirne mai più) che dovrebbe andare su e giù…si, quella cosa che hanno tutti nei paesi “civilizzati”…ah, l’ascensore. Ecco, si, quello si che può rappresentare bene la nostra cara UniGe: non tanto perché funzioni, quanto perché non funziona affatto! Beh, per dirla tutta, appena passata la soglia dei cancelli del Dip.Te.Ris, vi sono due antri oscuri…quello di sinistra (notoriamente il lato del male…”Apocalisse” docet) è quello che funziona 1 giorno si e 2 anni no, mentre quello di destra è riservato ai Professori e agli Egregi Scienziati dell’UniGe.
Si narra che la porta si apra solo con la voce di questi esseri celestiali, umani all’apparenza, che pronunciando “Alohomora Elevatorium!” (se non capite è chiaro che non avete sostenuto con profitto il GUFO di Incantesimi) facciano magicamente aprire la porta dell’ascensore, meglio Elevatorium, che – da testimonianze oculari sporadiche – pare possa portare direttamente nel Settimo Piano! Sfiora quasi il delirio mistico! Le pochissime persone invitate dagli esseri-professori ad entrare nell’Elevatorium sono tornate talmente cambiate da quest’esperienza da preferire un cammino di penitenza lungo la meravigliosa scalinata costellata di marcio.
L’arrivo e l’invito di questi esseri celestiali, i Professori, è talmente sporadico e risolutivo da meritar a ciascuno di loro il titolo di “Deus ex machina”!

L’architettura dell’immaginario
Mi sono sempre chiesto, perché mai costruire un unico palazzo in cui riunire tutto ciò che può servire ad accogliere il “complesso delle strutture accademiche” quando si possono costruire tanti più palazzi e palazzetti in cui tutti hanno niente e nessuno ha tutto? Così è decisamente meglio. Quindi cosa si fa…mmm…allora si dividono le Università in due blocchi: umanistiche e scientifiche. Le umanistiche utilizzino locali fatiscenti della vecchia Genova, tanto quelli studiano roba che nasce già vecchia e nessuno si accorgerà delle tonnellate di pura polvere di calcinaccio che respirano. Le scientifiche invece le segmentiamo un po’ qua e un po’ là…magari le spostiamo pure in una delle zone più trafficate di Genova, vicino allo sbocco dell’autostrada, così si riempiono ben bene i polmoni di benzopirene, simulando un ambiente ricco di sorgenti di mutazione. Le macchine che invece sfrecciano sullo splendido stradone di asfalto saranno un po’ come predatori nella savana in attessa della transumanza dei branchi di studenti da una parte all’altra della strada.
Il gioco è fatto…ecco che poi ci mettiamo tante piccole costruzioni, di cemento scadente, metallo già arrugginito e un mix di irresistibile di impalcature e scale di sicurezza. Le inframmezziamo ad altri palazzotti, più classici, così accostiamo moderno vecchio e antico nuovo in un ammiccante macedonia di latterizi. Forse ci stiamo dimenticando qualcosa…ah si! la botanica! Vabbé l’Orto abbiamo già cercato di spostarlo a braccia, ma niente, quindi…beh lo lasciamo dov’é (dalla parte opposta di dove servirebbe) ma ancora lo lasciamo cadere a pezzi, per vedere se sulla base del cemento si avvicenderanno le successioni ecologiche fino al climax. Ecco, è nata, è l’architettura dell’immaginario!

E se ne lavarono le mani…
Mai provata l’emozione di chiedere, supplicare, per poter avere dei nominativi presso cui fare le – obbligatorie e famigerate – “attività F crediti e denominazione variabile”? No? beh, allora vuol dire che per ora avete ancora negli occhi quella scintilla di speranza che, un giorno o l’altro, vi ridesterete da un sonno profondo, pensando “che incubo che è stato!”…invece no! E’ tutto vero! Andate al secondo piano a pregare sui ceci i Professori per dirvi dove, dove mai potreste andare ad essere schiavizzati…vedrete che dopo la fredda accoglienza iniziale inizieranno a offrirvi le seguenti, affascinanti, opportunità:
1. tagliare canapa al Museo Doria,
2. fare fotocopie al Museo Doria,
3. scuoiare poiane in compagnia della follia personificata,
4. fare il censimento dei gerbilli afanitici nelle fogne del Parco di Nervi,
5. censimento dei nanolepidotteri dei giardinetti di Corso Europa,
6. fare fotocopie all’Acquario,
7. lavare i pavimenti all’Acquario,
8. guardare da lontano l’Acquario,
9. fare un interessantissimo stage presso il dipartiemento di Biologia (NB: non vale come attività F ma-ve-lo-diremo-solo-dopo-che-l’avete-fatto. Scemo-chi-legge)
10. perdersi per sempre nei recessi dell’Orto Botanico.
OK? bene, allora siete pronti ad intraprendere il pellegrinaggio verso lo “Sportello dello Studente”: un oracolo in cui ogni sentenza è sibillina e pertanto è possibile interpretarla in un modo, nel suo opposto e in nessuno dei due. Usciti di lì, con meno sicurezze di prima, vi avvicinerete alla mitica colonna celeste: questa simpatica macchina vi chiederà il Badge, vi chiederà di inserire matricola e password, poi una volta navigato – lentamente, molto lentamente – negli sciatti menù, privi di qualsivoglia coerenza grafica, vorrete stampare un foglio. Bene, sappiate che se dopo quei 75 minuti di attesa non uscirà nulla è perché la stampante è in avaria. Dopo giorni e giorni, e la visita di tutte le colonne celesti possibili, avendo aumentato le vostre chance di riuscire a stampare qualcosa, finalmente dovrete recarvi al piano sopra lo sportello dello studente. Qui dite addio al vostro tempo, un certo personaggio tutto ammaccato non vi permettera di uscire prima dell’arrivo del crepuscolo e, come per punizione, vi sobillerà, vi tirerà frecciate, vi racconterà tutto sulle sue disgrazie. Dopo di che, quando voi non vorrete altro se non che quel turpiloquio finisca, egli se ne andrà e vi abbandonerà. Bene siete pronti per tornare un’altra volta!

Io mi faccio 2 crediti di Elementi di Geofisica Applicata, anche se non mi servono…e tu? Vuoi? Daaaiii…
E chi non vorrebbe approfittare di questa offerta! Perché…ecco, siccome gli esami a scelta sono troppi – dai, 9 cfu sono veramente troppi – allora hanno pensato “mettiamo qua e là dei pezzi di esame rigorosamente incompleti e sconclusionati, così disorientiamo gli studenti, in modo da fargli credere che la (a)varietà è il sale della vita”. E così sono comparsi crediti qua e là ma sempre troppo belli:
1. Fisica + Fisica Applicata ai Beni Culturali 5 + 7 CFU: caspita che nome importante! Sapere come si corrodono i monumenti sotto gli incessanti colpi del guano di piccione è meraviglioso. Eh? Come? Sono 8 crediti di fisica senza nemmeno il laboratorio? Si, tanto che te ne frega se quando piove HCl ti si corrode il cornicione di casa che, cadendo, può porre fine alla tua carriera – già oggetto della teratologia – di studente?
2. Elementi di Geofisica Applicata 2 CFU: finalmente qualcosa di pratico! Invece no. L’unica cosa in cui dovrete applicarvi è nel riscrivere le dispense tanto per fingere di studiare.
3. Minerali, Rocce e Fossili della Liguria 2+2 CFU: e minerali e rocce e fossili e tutto quanto si possa utilizzare come arma non convenzionale. Beh, cari MCBisti volevate essere specializzati nel monitorare ogni singola porzione del territorio regionale ligure? Eccovi accontentati. Ah, in Power Point, ovviamente!
4. Conservazione e Valorizzazione del Patrimonio Geologico 5 CFU: quando avrete finito di leggere il nome dell’esame vedrete i vostri amici laureati e collocati nel mondo del lavoro. Oh, finalmente ci siamo tolti tutti gli esami “Power Point”…no, c’è ancora questo! Fa tutto parte di una campagna per eliminare il digital divide dal mondo.
Bene ora che li avete fatti tutti (specialmente i MCBisti) potete anche impiegare i vostri incalcolabili crediti a scelta in qualche chicca del (de)genere (NB: è solo una selezione dal ricco menù…):
− Analisi Mineralogico-petrografiche: ceeerrrtooo. Sono già là che analizzo il marmo del bagno.
− Didattica della Chimica: serve forse come insegnare alla prof.ssa di chimica ad insegnare? Utile!
− Elementi di Geopedologia: ma cosa ce ne facciamo di tutti ‘sti “Elementi”? cioè messi insieme fanno la sostanza, come Aristotele insegnava?
− Introduzione alla Geofisica dei Rischi Naturali ed Antropogenici: quando avrete finito di leggere il nome dell’esame sarà tempo di seppellire i vostri amici.
− Petrologia dei Basamenti: eravate curiosi di come i basamenti potessero avere diritto di stare al mondo? Eccovi la risposta.
− Radiochimica Ambientale: e per finire un esame utile per un naturalista, in modo da scoprire quanto facilmente ci si può esporre al radioattivo!

Vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole.
Forse è un ordine divino. Si, dev’essere così: un giorno il mitico patriarca, Salvatore (Gentile), ricevette sulla cima della collinetta dell’orto botanico, le tavole della legge. Qui sono scritti i precetti di comportamento dei professori:
1. Usa sempre il libro peggiore come base per le tue lezioni.
2. Non aggiornarti: insegna sempre la scienza più vecchia.
3. Sii sempre criptico nelle spiegazioni. Usa giri di parole e contraddici te stesso.
4. Semplifica ed interpreta a tuo piacimento.
5. Non fornire mai le dispense.
6. Non collaborare mai con enti o persone potenzialmente utili allo sviluppo della facoltà.
7. Rendi fatiscente l’ambiente di insegnamento.
8. Svilisci gli studenti. Fagli capire quanto inutili siano i loro sforzi.
9. Rendi tutto banale, moltiplica gli esami non cambiandone il contenuto.
10. Fa che il progresso domini il tuo pensiero, anche se i dati lo contraddicono.
Interessante quest’ultimo pre(con)cetto. È un fatto di vitale importanza, valido in tutte le situazioni che richiedano la logica dell’evoluzione! Ricordatevi, quando non sapete come descrivere una qualsiasi specie (vegetale, animale che sia), che:

Evoluto = Superiore = Complesso = Bello = Buono = Vero = Fortunato
Poco Evoluto = Inferiore = Semplice = Brutto = Cattivo = Falso = Nefasto
Intermedio = Intermedio = Intermedio = Intermedio = Intermedio = Intermedio = Intermedio

Perché invece non si parli di minerali “inferiori” e “superiori” è un mistero. Forse perché nei minerali l’uomo non può prendere se stesso come paradigma?…dimenticate questa domanda perché potrebbe farvi pensare troppo e all’UniGe, è vietato. Cosa è vietato? Ah? Eh? Ih? Oh? Uh? [eco di suoni gutturali, poi silenzio])
Avete capito quindi? L’importante è che consideriate sempre tutto dal punto di vista semplicistico e antropocentrico.

Alla fine di tutto ciò vi chiederete: perché tutto questo? perché sparare sulla croce rossa?
Perché ormai questa croce rossa è già morta e non si vorrà certo avere morti viventi per la strada, pronti a divorare giovani e scattanti cervelli. Per questo è necessario un bel head-shot.

BAM!

Buona caccia, buona UniGe!
(c) Tutti i diritti riservati

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Amor pleni

Francesco Hayez: Il bacio (1859)

5 aprile 2010

Amor pleni, che sei terreno

sia sparso il tuo seme,

lascia il tuo segno,

pieno d’insicurezza

come sugl’occhi così nel cuore.

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Neve, madre pietosa

Alphonse Mucha: Inverno (1900)

E dopo la pioggia e il suo imperterrito chiacchiericcio, dopo lo scorrere panico dell’alluvione, dopo le scosse destabilizanti del terremoto ecco arrivare la più regale tra tutte, la regina dell’atmosfera. Negli strati nuvolosi, il pulviscolo aggrappa goccioline a farne gocce e quando arriva il gelo, l’acqua pare prendere vita: corre lungo assi, paralleli, perpendicolari. Cresce, si spande e dispiega in cristallo come il seme col germoglio. E comicia a cadere ondeggiante. S’accumula.

Tutta l’atmosfera rende grazie e paga pegno. L’aria pare immobile cristallo, il cielo un nuvoloso specchio, tutto intorno dice:

“Guardate Lei, la neve, solo la neve.”

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Cose grandissime

Chiudo gli occhi e vedo un mondo interiore che non ha confini: ci sono le forme delle cose, delle persone, delle idee, che ho amato. C’è tutto, dentro. È lì che mi sento a mio agio, accolto. A volte vorrei poter vivere solo dentro quel mondo, in cui tutto è potenza, in cui Io posso tutto. A volte, quando fuori mi sento più debole, o non mi sento affatto.

Poi mi dico: sbagli. È la paura a volerti confinare dentro.

Perché portare da dentro a fuori è il più grande sforzo, richiede che ci si guardi dentro con oggettività e con l’aiuto della coscienza si conduca alla luce del Sole ciò che per sua natura nasce nell’oscurità.

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Visita l’interiora della Terra

William Blake: Ecate trivia (1795)

9:06; terremoto con magnitudo 4.9; epicentro a sud di Reggio Emilia.

Mi sveglio. Pare che il Tagadà sia appena stato messo in moto. I vetri vibrano, il letto traballa, le case oscillano. Leggermente, ma oscillano. Il tempo di rendersene conto e già è finito.

Leggo, ce n’è stato uno a Verona stanotte, di magnitudo 4.2. Questa era una scossa di assestamento.

E con la scossa che proviene dalla Terra, si scuote anche l’inconscio dell’uomo: l’inquietudine, l’ansia, la paura.

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E bambino e maestro

Bergognone: Presentazione al Tempio (1494)

Tutti cercano un maestro, nella scienza, nella religione, nel guru della situazione. O peggio in un oggetto, magari del desiderio, nella tv, o perfino in un libro, un feticcio. Lo cerco Io, lo cerchi tu, lo cerchiamo tutti, continuamente. Ma mentre lo faccio non posso ignorare un sentore. Qualcosa che non va. Riconosco che – NO – non va, non va bene. Cercare un maestro è tanto naturale quanto malsano.

Non sappiamo dove stiamo andando magari, è vero, a volte vorremmo un aiuto e così creiamo in noi l’immagine di un desiderato maestro. Una figura cui rivolgerci che poi proiettiamo ovunque, incessantemente intorno a noi, finché non crediamo di averlo trovato e tiriamo un sospiro di sollievo “Finalmente!”… fino al prossimo dubbio.

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E impacchettiamo questo 2011

Questo è il report annuale di WordPress che voglio condividere con voi lettori…

Ovviamente è una trashata pazzesca che poco si addice alla sobrietà ed eleganza del blog ;) ma nonostante ciò può essere “carino” tirare le somme spannometricamente, in numeri bruti, prima di scrivere il primo vero post del 2012 (che vi prometto sarà sconvolgente, specialmente per i materialisti tra voi).

Mmm, no, l’immagine non l’ho scelta io. È quella di default. Ma vi pare?

Eh, no, non ci troverete affatto pruderie. Mi spiace. Piuttosto potrete leggere sciatte metafore quali, per esempio:

Un treno della metro di New York contiene 1.200 persone. Questo blog è stato visto circa 3.800 volte nel 2011. Se fosse veramente un treno della metro di New York, ci vorrebbero circa 3 viaggi per portare altrettante persone.

Interessante no? No. Cioè, secondo me no. Al massimo “carino” (lo stesso carino di prima). Ma solo in inglese eh, che ho qui vi ho gentilmente tradotto! No, non lamentatevi! Imparatelo, piuttosto (… ma so che i miei lettori lo conoscono già – scherzone).

Click here to see the complete report.

PS: sì, so anche che sono in ritardo con la conclusione del 2011, ma che ci volete fare, essendosi concluso in modo diametralmente opposto al 2010, me lo sono guardato e riguardato ancora un po’ prima di impacchettarlo… ma ora basta, verso terre ignote!

HIC SUNT LEONES – EGO SUM DOMITOR LEONUM.

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Devo dirti ancora una cosa

È da più di un mese che non scrivo su di te. Troppo tempo.

Mmm, capisco. Ti ho un po’ lasciato sbattere, ma lo sai dai – è per un bene superiore.

È vero, è vero, sembra sempre che io preferisca le pagine di altri… Ma non è così – davvero!

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Per Elisa (o La madre scarafaggio)

Ascoltatela mentre leggete. Grazie.

25 giungo 2007

*

Infastidita. Assonnata. Annoiata. Eppure ancora affamata.

Non aveva preso sonno facilmente. Non si poteva muovere dalla sua stanza, eppure era ugualmente stanca. Stanca di aspettare. Stanca di respirare, stanca di niente. Fissò il soffitto bianco, bianco candido. Come specchio rifletteva tutta la luce.

Gli occhi si ritrassero come sfiorati da un fastidioso fremito.

Finalmente, gli occhi chiusi, quasi per imposizione, si bloccò. Vide quelle caleidoscopiche macchie che impresse sulla retina. Il Sole era ancora dentro i suoi occhi. Li mosse come per cancellarli. Ruotando le pupille mosse le dita dei piedi, si chiuse fetale: si rese conto di essere in procinto di entrare nel mondo che teneva dentro. La sua testa.

All’inizio era come scivolare, lasciarsi andare – non appartenere più a quel corpo, così rigido, così solo. “Sola” ecco quello che era.

Abbandonata.” disse con puntiglio verso se stessa.

Siamo tutti soli – è chiaro siamo individui” continuò nel dormiveglia “sola non è abbastanza, è abbandonata – che sono.

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Luna e l’altra

John William Waterhouse: Hylas e le ninfe (1896)

16 luglio 2006

*

Passò il sabato e la domenica e venne notte.

Una giovane donna dalla lattea carnagione dormiva, al suo amato raggomitolata.

Una tavola di pietra levigata dall’acqua della fonte, era il loro giaciglio.

Il giovane uomo usava guardare la sua amata mentre sognava.

La foresta proteggeva il suo sonno nella viva oscurità.

E venne il calore, e lei si espanse.

E vennero l’aria e la luce, e lei si distese.

E venne la rugiada, e lei si destò, assonnata.

Si alzò, i plumbei occhi come due fessure.

I lunghi capelli ricaddero, lisci, di pallido argento intessuti.

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