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Questo sono Io che mi fotografo allo specchio. Autoreferenziale? Lo è.

E così è passata anche questa settimana. Ma non è stata la peggiore, anzi, per molti versi interessante ed ecco quindi l’autointervista autoreferenziale.

Sono stato molto impegnato in questa settimana, che cos’ho fatto?

  1. Insieme alla mia nuova amica Gaia, ho organizzato un flash mob a Torino,
  2. nonché due serate, una a Milano
  3. e una Bologna con la collaborazione di alcuni ragazzi di YouTube.

Tutti e tre questi eventi erano a tema, La peggior settimana della mia vita, il nuovo film (per altro davvero comico – proprio oggi, primo in classifica in Italia!) per cui dovevamo organizzare la promozione su Internet. Avanti e indietro per il nord Italia, tra treni (più o meno ad alta velocità), taxi, ristoranti, bar, locali, hotel, telefonate, email, messaggi e sopralluoghi. Dormito poco ogni notte, decine di ore davanti al computer (vabbè io mi sono concesso qualche pausa-Bleach – o più che altro mi sono fatto le mie dosi), tanto che ancora adesso, prima di decompormi sotto il piumone, mi sembra d’aver il jet lag.

Tanto per farvi un esempio, uno dei prodotti di questa frenetica vita è stata il (divertente) flash mob:

È stata un’esperienza nuova per me, che cos’ho imparato?

Che c’è ancora una distanza abissale tra il mondo di Internet e il cinema o la televisione. Che YouTube soffre di un complesso di inferiorità verso il cinema e che il cinema soffre di un complesso di potenza verso YouTube perché ognuno aspira a sostituire l’altro. Che la rappresentazione dell’identità di una persona può facilmente confondersi con l’identità della persona stessa, in un pericoloso gioco di specchi, dove le proiezioni diventano identificazioni e non ci si capisce più nulla. Che questi due mondi mi si parano davanti, ma non mi toccano affatto.

Proprio perché questi mondi hanno dei risvolti psicologici (a mio parere) inquietanti, mi sono rifugiato nelle mie sessioni di Bleach (… con la crescente fascinazione per Ulquiorra Schiffer – che per altro è morto!) e nel mio fantasy, di cui sto per concludere la prima stesura del quinto capitolo. Non a caso (per gli junghiani, posso dire “sincronicamente”) dedicato alla “lussuria”. Perché tutto questa è lussuria, è sete inestinguibile di rappresentare ed essere rappresentati. Non sto dicendo che vi sia qualcosa di male nell’essere visibili, solo più lo si è, più comporta dei rischi.

E ingombra la mia mente un solo pensiero: c’è più verità nella finzione della scrittura che nella realtà dell’apparire. Nell’apparire non si conosce mai davvero chi ti sta accanto, ma ciò che gli altri pensano di quella persona. Nella finzione della scrittura, invece, tutto è fittizio, ma proprio per questo dichiarato intento può permettersi di essere sincera.

Direi che come inizio è ottimo, propositi per il futuro?

Saper distinguere rappresentazione e identità, che nell’essere umano tendono inerzialmente ad essere dissociate più che mai.

Ingrato?

No. Sincero.

Ma un lato buono ci sarà stato!

Più di uno. Ho subito detto che è stato interessante, per “molti versi”. Ma non sono i versi che possono apparire più ovvi.

Tra questi, la soddisfazione dei bisogni fisiologici fondamentali: a Milano, cibo erogato in abbondanza e varietà e i free drinks in compagnia delle mie amiche più vicine, Sara e Assia… o la chiusura del locale a Bologna con Gaia con tanto di barista alticcia in vena di filosofia da Coyote Ugly (“gli uomini bevono robe dolci, le donne amare perché sono abituate a partorire con dolore.”).

Ma soprattutto che è bello imparare da tutto ciò che ti accade. Conoscere davvero le persone con cui passi il tempo. Di questo io ho sete.

Le rappresentazioni le lascio bere a loro, i “rappresentanti”.

Grazie per il tempo concessomi, Giorgio, sono certo che sentirò ancora parlare di te!

Ma va!