
Io abito quel corpo che chiamano Giorgio Tarditi Spagnoli.
Io abito quel corpo che chiamano Giorgio Tarditi Spagnoli.
La mia è una lunga storia che comincia con una storia ancora più lunga, la storia dell’evoluzione. Da bambino, infatti, non riuscivo ad addormentarmi se non ascoltando le gesta degli antenati animali che su questa Terra ci hanno preceduto, figure che sentivo più vicine perfino dei miei nonni.
Così, mia madre, sperando bastassero soli cinque minuti, si affannava a raccontare dei 500 milioni di anni di evoluzione che precedevano il mio addormentarsi: la “conquista delle terre emerse” o di come i pesci polmonati, di pinna in pinna puntellando, misero zampa sulla terraferma. Niente rospi che diventavano principi per me, bensì pesci che diventavano, per così dire, rospi.
Così passavano le ore, forse mia madre s’addormentava prima di me, non ricordo. Ricordo però che sviluppai un senso per la storia delle cose: “Da dove viene? Dove va?” erano la mie domande, tutto ciò che esisteva nell’oggi di allora doveva aver avuto un’esistenza passata, qualcuno lo aveva chiamato per nome.
Sempre un po’ in disparte, mi piaceva pensare. Mi fingevo animale per gioco, costruivo i miei mondi di idee a partire dalla natura. Ad ogni cosa un nome, ad ogni nome un passato. Scoprii poi che quello che pensavo poteva essere messo su un foglio. Un disegno di ciò che non c’è, un’idea che diviene segno. E cominciai a disegnare, tutti i giorni, tutto il giorno. Parlavo con il foglio e facevo il verso ai miei disegni, mi fingevo idea per davvero.
Venne poi il momento della scuola elementare, momento in cui dissi a mia madre “Non ho tempo per la scuola devo fare tante cose”. Ovviamente dovetti desistere. D’altronde non molto tempo prima avevo chiesto espressamente che mai si dovesse fare da grandi per studiare la natura, e quando mia madre disse “scienze naturali” io decisi che era ciò che avrei fatto. Così, per passare il tempo, continuai a disegnare finché non arrivò la fine delle elementari. Passarono le recite stentate, passarono le feste della mamma e ancor di più quelle del papà. Passò l’esame di quinta elementare e vennero le medie.
Le tanto odiate medie, dell’età di mezzo, piena di se e di ma almeno tanto quanto le fosse. Non che fossi un ribelle, anzi, troppo timido per sapere che dire, troppo interessato ad un mondo altro; rischiai d’essere bocciato. La professoressa di musica aveva perfino chiesto, non senza un po’ di malizia, se fossi poi “normale”. Così, la paura di rimanere ancora più a lungo in quelle “medie” mi fece riprendere, diventai “normale” e iniziai la mia personale conquista delle terre emerse.
Il liceo divenne una terra di scoperte, una gara in cui da superare c’ero solo io stesso. Mi piacevano le cose belle e la vista del bello mi ispirava ancora di più a pensare il bello: ricercavo nell’estetica della natura quell’ideale romantico del raggiungimento dell’infinito attraverso la conoscenza. Alla fine del liceo la professoressa di biologia mi disse “Segui la tua strada, fa biologia” e quella di italiano seguì “Fa lettere, coltiva la scrittura”. Mantenni la promessa che m’ero fatto da bambino: Scienze naturali, a Genova.
Sentivo già mancare qualcosa. Il mio mondo diventò sempre più fatto di idee e sempre meno di realtà, sempre più pensare e non fare, tanto che non riuscii più a disegnare. Non riuscivo più a passare dalla mente al foglio, come nulla fosse. L’adolescente mite che ero appena stato, mi aveva lasciato interrotto. Non sapevo come fare, non sapevo come dire. Come il bruco che diviene immobile crisalide. Incontrai un anziano professore, il suo nome è Michele Sarà. Studiava le spugne, quei primitivi animali marini in grado di filtrare l’acqua per ricavarne impercettibile nutrimento, ma non s’esauriva in ciò. Studiava da una vita filosofia e religioni, ed era pieno di un’immensa spiritualità.
L’anziano professore mi volle conoscere meglio e mi invitò a discorrere, ogni sette giorni, della natura interiore ed esteriore, dell’uomo. Le settimane passarono e mi feci semplice per mettermi in discussione, divenni spugna per lui. Rimasi tre anni tra i flutti delle sue idee, a filtrare quel nutrimento. Mi laureai e lui se ne andò, le ceneri sparse nel mare. Come un brodo primordiale di parole, le idee si aggregarono e concatenarono, divennero versi, poesia. Alle cascate di poesie seguirono le storie brevi ed esperimenti di scrittura: trasformare parole a caso in storia, trasformare i sogni in storia.
Mi trasferii a Milano e lì decisi di provare un nuovo genere di scrittura: mi gettai nella comunicazione della scienza e nello scrivere un romanzo. Lo completai appena prima di partire per continuare la “carriera” a Londra. All’apice del mio sogno, m’accorsi d’essermi trasformato: la metamorfosi era completa. La mia vecchia infanzia era morta, tra le sue spoglie, un nuovo bambino, più grande, il cui sogno è scrivere.
Buongiorno, vivi sicuramente in una “casa” a
te consona e ospitale.
Mi sono fermata per un attimo sulla soglia,
ma tornerò per entrare.
Ciao Giorgio
Mistral
Ciao Mistral.
Grazie mille. Scusa il ritardo!
Entra, entra pure, sei la benvenuta
Ah, e non ti spaventare se vedi brulicar larve in giro: vagano solo in attesa di diventar farfalle.