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Tiziano: Adamo ed Eva (1550)

Tanto del mondo prendiamo per scontato, quanto i nostri sensi sono stati sovraccaricati di stimoli, tanto che ormai non suscitano per noi interesse alcuno. I cinque ordinari sensi, che non sono che una parte di tutti i sensi possibili, sono sia le porte aperte della percezione del mondo materiale che quelle chiuse. Sono porte chiuse quando vediamo, ascoltiamo, sentiamo, tocchiamo, gustiamo ciò che piacerebbe ed emozionerebbe un bambino, ma non ci emoziona più. Sono porte aperte quando sperimentiamo lo stesso mondo materiale come tutto accadesse per la prima volta.

Possiamo quindi scegliere e ritornare bambini, in modo che tutto sia di nuovo la prima volta: basterà recuperare quell’insicurezza insita nel bambino quando esplora il mondo nuovo. “Che cos’è questo che viene a me? Non lo so, pertanto posso soltanto osservarlo, ascoltarlo, annusarlo, afferrarlo, morderlo”. L’insicurezza è quindi la mancanza della certezza della classificazione: porre in categorie certe è insieme momentanea sicurezza e illusoria conoscenza. Coloro che sono vecchi si aggrappano alla classificazione e ne fanno “Verità”, l’unica possibile e perscrutabile.

E se esiste possibilità di essere mancanti di tali illusorie sicurezze, esiste la possibilità di privarsene volontariamente: per molte persone questo è un atto doloroso, poiché per loro la cristallizzazione in momentanee sicurezze e illusorie conoscenze corrisponde alla “Verità” della loro identità. Non comprendono che la fissità di tale condizione è più di tutto morte anticipata. Coloro che già sanno, già hanno classificato, che già hanno visto, udito, sentito, toccato, gustato, sono morti e non lo sanno: sono morti viventi. Classificare è morire.

È possibile invece “ritornare come bambini”, se offriamo al mondo uno sguardo nuovo, privo della sicurezza e ricolmo dell’insicurezza. Quell’insicurezza si ritrova anche tra gli amanti sinceri, al guardarsi nel momento di scoprirsi l’un l’altro. Amare è tornare bambini. Amare è tornare all’essenza delle cose che nel mondo si sono frammentate in dettagli, appendici di uno scheletrico sistema di classificazione. Amare è evolvere, accettare che la sicurezza è solo temporanea e che, come essa è mutevole, anche noi dobbiamo esserlo con lei, trasformandoci insieme al tutto.

E così come ogni bambino che viene sulla Terra conosce per la prima volta così, nel suo complesso, l’umanità tutta ha conosciuto per la prima volta quando ha portato sulla soglia della coscienza i suoi sensi, ancora avvolti dal torpore dell’incoscienza. Questa è la seconda forma che assume ogni “prima volta”: è la prima volta di tutta l’umanità. È la storia dei sensi che, dalla coscienza di trance, poi di sonno, di sogno e infine di veglia sono venuti, nel corso della storia, sotto la luce della coscienza a poter essere volontariamente controllati.

Anche quel momento, comune all’umanità tutta, è in noi, e si ripete ogni qualvolta l’indifferenziato diviene differenziato, da ogni neonato a ogni adulto. E se è in noi, possiamo tornarvi: quando la coscienza vacilla, nel dormiveglia, nel torpore del risveglio, nella perdita dell’orientamento, nello shock, nel panico: ecco che si palesa di nuovo il tutto indifferenziato del mondo che viene a noi in un’esplosione, come fossimo i primi uomini a calcare territori inesplorati, territori dell’esteriorità dell’interiorità. Comprendere l’insicurezza insita nell’essere umano è amarne i difetti. Amare il suo lato debole.

Ma ancora oltre a questo, è possibile raggiungere una più alta forma di insicurezza vitale, e quindi d’amore: è l’immaginazione della nascita di tutto ciò che ci viene incontro. Quando poniamo una novità in un precedente sistema di classificazione, lo riduciamo a qualcosa che già conosciamo, e smetteremo d’interessarci alla sua manifestazione nel mondo: non risaliremo mai alla sua origine. Quando invece lasciamo che il mondo ci sorprenda, abbiamo davanti a noi l’inspiegabile che puntualmente fa sorgere in noi la domanda “Chissà da dove proviene?”.

Esiste infatti, non solo una prima volta di tutto per ognuno di noi, ma anche una prima volta per ogni parte del tutto: ogni singola sensazione nel mondo, che sia visiva, sonora, tattile, olfattiva, gustativa, ha avuto una sua prima origine: la prima volta che si è vista brillare una lampadina, udito il suono di un diapason, annusato il profumo del cioccolato, toccato un pezzo di plastica, gustato un tozzo di pane. Ogni sensazione ha la sua primordiale origine nel grembo del mondo, comincia come un brusio di fondo per poi divenire un acuto ben definito, udibile alle orecchie di tutti. Immaginare l’origine delle cose è vederle nascere. Amarle ancora prima che fossero nella forma in cui le abbiamo incontrate.

La prima volta di tutto: di tutto in me, di tutto in noi, di tutto in sé.

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