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La Strega e il suo cane familiare

Preferite il cane? Preferite il gatto? Siete persone abbastanza diverse che hanno però un’importante caratteristica in comune, l’esteriorizzazione simbolica dell’anima.

Ma andiamo con ordine. Sia il cane che il gatto sono animali legati alla Luna, ma in modo diverso.

Nell’ecologia umana primitiva, il lupo, poi divenuto cane, serviva per difendere i gruppi di uomini durante la notte, in cambio dei resti di cibo che venivano lasciati loro negli accampamenti. Il cane è legato alla Luna per eredità di sangue: il cane domestico porta in sé le forze lunari dell’antico antenato lupo. Secondo la tradizione sciamanica, il lupo ulula alla Luna per ringraziarla d’illuminare la notte. Il lupo vede attraverso il buio, trova la strada grazie alla luce riflessa dalla Luna (pianeta femminile) per penetrare nel bosco dove caccia in branco. Il suo procedere nella notte, che si basa anche sull’olfatto, gli permette di essere anche un animale totemico, ovvero un animale su cui è possibile meditare per trovare la via nell’oscurità dentro noi stessi, ovvero l’inconscio. Nonostante ciò (o forse per inversione) il cane è un animale prevalentemente diurno, essendosi adattato alla vita dell’uomo: in questo modo le sue valenze simboliche si spostano sempre di più verso caratteristiche solari.

Il lato negativo della simbologia del lupo (e quindi del cane) è quello della sua demonizzazione in forza istintiva totalmente fuori controllo, tanto da far regredire l’essere umano ad uno stato semiumano: questo è il processo che interviene nella figura leggendaria del licantropo. Un licantropo è un essere umano che si libera di un super-ego civilizzato e moralistico eccessivamente pesante per dare sfogo agli istinti più oscuri. Nel licantropo si mischiano ferocia e sensualità ferina che invadono ed eclissano la compassione e l’amore dell’essere umano. La pallottola d’argento, fatale per l’uomo lupo delle narrazioni romanzesche successive, è legata ovviamente alla Luna: l’argento, in quanto metallo lunare, può accogliere le forze del Cristo-Sole attraverso la benedizione invertendo così la lunarità perversa del lupo mannaro (il simile scioglie il simile).

Principalmente il cane, così come il lupo, è simbolicamente esaltato (e quindi assume ruolo positivo, traslando il gergo astrologico) quando maschio. La lupa e la cagna, sono invece simbolicamente decaduti (con alcune eccezioni, per esempio la lupa che ha allevato Romolo e Remo).

Il gatto, invece, è legato alla Luna per via femminile. Nell’antico Egitto la dea Bastet, passa da divinità solare rappresentata da una leonessa (il leone è l’animale solare per eccellenza, che porta le forze del cuore e dell’individualità) a divinità lunare per sostituzione della leonessa con il gatto. In questo modo Bastet divenne l’equivalente egiziano della dea greca Artemis/Diana (a sua volta legata alla duplicità della sua controparte maschile, Diano o Giano), dea della luna e della caccia. Il ruolo originario del gatto era quello di cacciare topi e altri piccoli animali infestanti in qualunque luogo chiuso e abitato (case, navi, templi). Sekhmet, la dea leonessa, fu associata a Bastet e identificata con lei, per poi spartirsi una simbologia solare femminile la prima e una lunare femminile la seconda.

Il gatto è decisamente di più notturno del cane, i suoi enormi occhi, le sue orecchie puntate verso l’altro e il suo muso schiacciato, non solo contribuiscono a renderlo maggiormente antropomorfo, ma indicano una ricezione frontale di tutti i sensi percepiti con il capo: la vista, l’udito, l’olfatto, il gusto, e perfino il tatto grazie alle vibrisse. I sensi sviluppati contribuiscono alla sua agilità ed eleganza, interpretate anche come lascivia: il gatto, specialmente nero, è divenuto quindi il famiglio delle streghe per antonomasia. Non solo poteva essere il compagno ideale di queste spose della notte, ma anche una delle loro forme preferite di trasfigurazione. Nelle tradizioni celtiche porta fortuna, in quelle più tardo-medievali, sfortuna. La tradizione secondo cui abbia sette o nove vite (due numeri magici, il sette riguarda vizi e virtù, il nove la composizione dei corpi sottili) contribuisce a renderlo affine alle forze oscure che ritornano e trovano modi per sopravvivere.

Il gatto, in opposizione al cane, è simbolicamente esaltato quando femmina: da qui anche tutte le sue declinazioni popolari.

La Strega e il suo gatto familiare

Da queste caratteristiche ne risulta che il cane sia più affine all’estroversione, mentre il gatto all’introversione. Premessa: estroversione significa che il soggetto osservante trova il suo oggetto d’osservazione nel mondo esterno, e da questo trae energia, viceversa perde energia nel rapporto con il mondo interno. Intoversione significa che il soggetto osservante trova il suo oggetto d’osservazione nel mondo interno, da cui trae energia mentre la perde nel rapporto con il mondo esterno.

L’estroversione nel cane è dovuta principalmente al suo bisogno di andare all’esterno in compagnia del padrone. Il cane si porta fuori. Il comportamento del cane è gregario, si lega al padrone in modo tale che esso sostituisce tutti i suoi bisogni primari: il padrone riunisce in sé le caratteristiche della coppia alpha dell’antenato lupo, cosicché in un rapporto sano col cane, esso è sempre beta rispetto al padrone. In questo modo l’estroverso, che tende a non instaurare un rapporto saldo con la sua interiorità, trova un elemento di confronto costante all’esterno di sé, da cui trarre energia. La sua originaria natura nomade si fa notare nel rapporto col cibo: l’ingordigia inesauribile del cane (simbolicamente, le tre bocche spalancate di Cerbero) deriva dal suo opportunismo alimentare, il branco si spartisce il cibo che, appena disponibile, deve essere consumato. Elemosina il cibo dal suo padrone. Il suo fare rimanda alla dipendenza che il padrone interpreta come fedeltà.

L’introversione nel gatto è dovuta al suo esplorare silenzioso l’ambiente, specialmente di notte (simbolo dell’inconscio). È prevalentemente solitario o si incontra con altri gatti senza interagire (apparentemente), si lega più al luogo che conosce fin nei minimi particolari e pare scegliere le sue amicizie di elezione non solo con i suoi simili ma perfino con gli esseri umani. Il rapporto col cibo è distaccato, il gatto mangia tanto quanto gli serve per saziarsi e non di più, non elemosina il cibo ed è schizzinoso. Il suo fare quindi rimanda a una riservatezza che il padrone interpreta come indipendenza. Il gatto non può essere tenuto a guinzaglio né tantomeno portato fuori, è il gatto che segue o meno il padrone: anche questo contribuisce a celare il gatto agli occhi di coloro che non ne sono i padroni, rendendo la sua figura nascosta, “occulta” e quindi, interiore. Così il punto di riferimento del gatto è la casa, il suo interno, così come lo è l’inconscio per l’introverso.

Rispetto alla polarità maschile-femminile, possiamo associare questi due mammiferi domestici a Marte e Venere. Il gatto possiede una parvenza femminile, con tutto il suo movimento fluido e sinuoso, la sua propensione per i luoghi chiusi e l’oscurità. Tuttavia,  la sua inafferrabilità (= introversione) è certamente maschile. Il cane invece ha un aspetto più rigido del gatto, con una muscolatura ben definita e uno scheletro che ben la sostiene. Ma la sua interiorità è tutta volta alla comunicazione sociale, all’incontro nel mondo esterno (= estroversione). Il gatto possiede dunque un’esteriorità che richiama Venere, e nell’interiorità Marte. Il cane invece richiama Marte esteriormente e Venere interiormente.

Per quanto riguarda invece il rapporto con l’uomo e la sua interiorità, un estroverso dunque avrà più affinità con il cane, un introverso con il gatto: ovviamente formando coppie doppiamente estroverse o introverse, il rapporto instaurato tra soggetto (il padrone) e oggetto d’affezione (il cane o gatto) sarà simbiotico. Viceversa un estroverso può trovare un buon rapporto complementare in un gatto, e l’introverso nel cane, in cui il rapporto padrone-animale domestico ne stempererà le estremizzazioni.

I padroni (soddisfatti) di animali domestici sono accomunati però dall’esteriorizzazione simbolica dell’anima: ciò significa rendere oggettivo il modo in cui ci si relaziona (o non ci si relaziona) alle altre persone attraverso un oggetto stesso di affezione, il cane o gatto. Sentire “io ho un cane” o “io ho un gatto”, o ancora di più “a me piacciono i cani”, “io preferisco i gatti” suscita un effetto molto diverso: chi ascolta riceve subito un’impressione di quella persona poiché l’assocerà più all’estroversione o più all’introversione. Tale “anima animale” è quindi una seconda natura, un’affermazione dell’identità. Questo è lo stesso ruolo che assumono i famigli delle tradizioni esoteriche, gli animali guida in quelle totemiche (Anime di Gruppo di animali e piante) e i daimon di Queste Oscure Materie. L’animale da compagnia è dunque un mezzo attivo per mantenere il contatto tra mondo interiore (microcosmo) e mondo esteriore (macrocosmo), seppur in modi diversi.

Quindi, siete più cinofili estroversi o ailurofili introversi?

Che cosa sono io? Io riesco ad armonizzare sia con i cani che con i gatti, ma forse sono leggermente più affine ai secondi. Ciò in cui non mi identifico è però l’esteriorizzazione dell’anima, che mi sforzo di mantenere sempre in contatto col mondo esterno, facendo corrispondere microcosmo e macrocosmo quanto più possibile Tradotto: non desidero avere né un cane né un gatto! 😉

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