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Ed ecco che, per cominciare l’anno con la giusta ispirazione mi sono recato in quel luogo che contiene molto di me, ancora prima che io lo conoscessi, ancor prima che fossi me. Il 3 gennaio 2013 mi sono recato per la prima volta a Dornach, una collinetta vicino a Basilea, nella Svizzera tedesca. Lì, avvicinandomi alla collinetta ho scorto per la prima volta la figura del Goetheanum, la sagoma di un cranio, con la sua affermazione insieme sicura e liberante.

Pur non essendo architetto “di formazione”, le costruzioni progettate da Rudolf Steiner sulla collina di Dornach hanno dato un originale impulso al movimento architettonico dell’architettura organica e più in generale dell’espressionismo: ben tre degli edifici sulla collina sono considerati dai critici tra i più importanti nella storia dell’architettura moderna. Il secondo Goetheanum fu uno dei primi edifici al mondo in cemento armato (il primo Goetheanum, interamente in legno, venne bruciato su ordine di un nucleo nazionalsocialista) nonché anticipò una serie di stilemi che sarebbero poi comparsi in architetture successive nonché il design di interni e mobili (molti disegnati sempre da Steiner).

Architetti quali Behrens e i suoi allora allievi, Le Corbusier e van der Rohe, nonché artisti quali Mondrian, Kandinsky e Beuys non solo studiarono le forme del Goetheanum, ma seguirono assiduamente i cicli di conferenze che Steiner dava in giro per l’Europa. In particolare, alcuni cicli per gli architetti furono dati all’Architektenkammer di Berlino. Gli argomenti trattati da Steiner spaziavano dall’architettura alle arti visive passando per nientemeno che l’evoluzione del cosmo e dell’essere umano. Successivamente il sito del Goetheanum è stato visitato ed apprezzato da Scharoun, Lloyd Wright, Gehry, Saarinen e Calatrava.

Tutto ciò è ben al di fuori quindi di un discorso squisitamente autoreferenziale nel quale si sarebbe tentati di ridurre questo grandioso esperimento architettonico.

Per concludere questa disamina sulle connessioni tra Steiner e architettura moderna, citerò direttamente la democratica Wikipedia:

Mateo Kries, direttore del Vitra Design Museum di Weil am Rhein, in occasione della mostra da lui curata Rudolf Steiner. L’alchimia del quotidiano (15 ottobre 2011-1º maggio 2012), ha dichiarato: «L’estetica e la pratica architettonica di Steiner hanno segnato il lavoro di molti progettisti. Tra gli estimatori di Steiner si possono identificare due gruppi: il primo è composto da chi, seppure influenzato dalle sue teorie, ha sviluppato una ricerca autonoma: per esempio Herzog & De Meuron, che nel 2002 scrissero una monografia intitolata Natural History in cui dichiararono i propri riferimenti al testo Kunstformen der Natur del filosofo e biologo tedesco Ernst Haeckel e alla materialità delle formazioni geologiche (tratto tipico delle strutture steineriane); gli stessi riferimenti che si possono ritrovare nell’edificio Schaulager a Basilea, a pochi chilometri dal Goetheanum. Il secondo gruppo è formato da chi continua ad applicare dogmaticamente gli insegnamenti di Steiner, come gli olandesi Alberts & Van Huut».

Goetheanum, Dornach

Goetheanum, Dornach

Man mano che mi avvicinavo, il battito del cuore pareva protrarsi, cominciava a riconoscere quel luogo come unico nel suo genere eppure così familiare.

La mia conoscenza diretta dell’antroposofia risale all’università, ma già alle superiori ricordo di aver conosciuto il nome di Steiner. A quell’età mi interessai di teologia grazie ad una delle insegnanti che ricordo sempre con più affetto: Roberta. Mi avrebbe dovuto dare ripetizioni di latino, ma in effetti erano più discorsi sui massimi sistemi, mi addentravo molto di più nelle sfere celesti che non in traduzioni di latino.

Fino a quel momento mi accontentai di tenere distinti la scienza della natura, che studiavo con anelito metafisico, e il mio vivo interesse per lo spirito.

Un giorno chiesi della “teosofia”. Avevo letto quel nome in qualche libro. Lei mi raccontò in breve che cosa pensassero i teosofi: ricordo ancora quanto rimasi stupito dal fatto che cercassero un rapporto diretto, sperimentale, con la spiritualità, in una catena infinita che andava dal cielo più alto, alla natura. Abituato com’ero alla dottrina cattolica non immaginavo ancora potesse esistere un approccio alternativo, più simile a ciò che sentivo nella natura quando ancora ero un bambino. Lei era cattolica, seppur aperta a qualsiasi discussione spirituale: così mi citò H. P. Blavatsky e Rudolf Steiner, senza fare troppe distinzioni e ammonendomi però dei rischi ai quali si andava incontro seguendo quel percorso sperimentale ed individuale: in particolare perdere l’oggettività che la tradizione pareva conferire in materia di spirito, per perdersi in una soggettività narcisistica.

E invece io ho rischiato: così all’università, al momento di scrivere la tesi del terzo anno, ero tutto pronto a conoscere uno dei luminari della facoltà di Scienze Naturali di Genova, il Prof. Michele Sarà per presentargli il mio progetto di tesi sull’estetica di Ernst Haeckel, fondatore del monismo (questa, per la cronaca, la stessa di Herzog & De Meuron) che in facoltà nessuno era in grado di seguire. Così, cominciai a parlare finché non citai di sfuggita il rapporto tra Haeckel e Steiner. Lui mi invitò a seguire un gruppo di studio che teneva nella sala di conversazioni scientifiche del Palazzo Ducale di Genova, tutti i mercoledì dalle 18 alle 20. Chiesi quale libro avrei dovuto acquistare per seguire questo suo “Gruppo di studio San Giorgio”. Il Prof. mi disse “Il Vangelo di Luca.” A quel punto non sapevo assolutamente cosa aspettarmi, se conversazioni scientifiche o sul vangelo, solo ero certo che il Prof., già ottantenne, mi aveva adottato come suo tesista.

Sarà sapeva raccontare e spaziare dalla poriferologia, ovvero la biologia delle spugne, all’arte antica a quella moderna, passando per la musica classica, e per i racconti di lui e suo fratello come rifugiati sotto le macerie durante la seconda guerra mondiale, o ancora le incursioni nella biblioteca del nonno, piena zeppa di libri di esoterismo, per poi approdare di nuovo alla lettura di questo o quell’altro ciclo di conferenze di Steiner. Lui sapeva legare tutti insieme, sia giovani quali me e il mio amico, che i coetanei, passando per i cinquantenni che risvegliavano solo allora una spiritualità da troppo tempo sopita. Seppur così diversi, eravamo tutti desiderosi d’apprendere dell’antroposofia e di Steiner, dalle sue parole così vivide e viventi.

Erano quindi conferenze sia altamente scientifiche che spirituali. Quel matrimonio era possibile.

E così seguii per diversi anni il gruppo di studio, conobbi così l’antroposofia di Steiner, proseguendo lo studio sia da solo e che insieme a Davide, uno dei miei più cari amici. Ma ancora di più conobbi un modo di pensare diverso, un vero e proprio metodo, che mi obbligava a lasciare molte delle convinzioni e idee preconcette accumulate fino a quel momento. Con l’antroposofia o scienza dello spirito potevo studiare la realtà spirituale allo stesso modo in cui sapevo studiare la realtà naturale. Al metodo della scienza naturale unì dunque quello della scienza dello spirito, lo stesso passaggio che fece Steiner passando dal monismo di Haeckel alla teosofia della Blavatsky, per superare infine anche quest’ultima quando nel 1909 Krishnamurti, allora ragazzino, venne identificato come la prossima incarnazione fisica di Cristo, ruolo che lo stesso Krishnamurti rifiutò come un’assurdità una volta adulto.

Ascoltando le parole di Steiner attraverso il Prof. era come se delle antiche memorie si risvegliassero dentro di me, come immagini, suoni e sensazioni dimenticate da tempo riaffiorassero dal profondo dell’anima. Con mio grande sollievo. Le profondissime conoscenze di Steiner in ambito sia scientifico che spirituale, erano in grado di riportarmi agli albori della storia dell’evoluzione senza sacrificare la mia coscienza individuale: potevo estendere la teoria della ricapitolazione di Haeckel alla materia e allo spirito e lasciare che questa si dispiegasse da sé in immaginazioni sul passato e il futuro dell’essere umano e della natura. Finalmente, dopo aver messo da parte tanti preconcetti, potevo adesso unire la mia conoscenza e amore per la natura con lo slancio verso l’infinito e il sublime, che fin dall’infanzia mi aveva contraddistinto. Potevo ricongiungere l’essere umano alla natura e attraverso l’evoluzione, raggiungere Dio. A quel punto ero libero di sperimentare con entrambe, la scienza della natura e dello spirito, restando fedele a un metodo oggettivo di indagine: il rischio di perdersi nella soggettività cui ero stato avvisato dalla mia insegnante di latino, era stato pienamente superato.

Ma un altro rischio era in agguato, ben più grande perché a me sconosciuto: quando lasciai Genova per Milano, il mio amato Prof. morì ottantacinquenne, facendo così di me il suo ultimo tesista, almeno in questa vita. Subito non compresi quanto dolore mi procurò, poi, dopo aver scritto e letto il suo elogio funebre durante l’ultima riunione del Gruppo di studio San Giorgio, mi sentii completamente svuotato. L’antroposofia mi ricordava la sua morte più di qualunque altra cosa nel mondo: era stato lui ad avermela presentata nel suo aspetto di conoscenza vivente, e ora che non c’era più anche quella conoscenza pareva morire in me.

Partii per Londra dove rimasi per un anno: lì convissi con una ragazza Anna, che divenne una delle persone che più entrarono in risonanza con me. Così, giorno per giorno, con molta semplicità. La sua presenza colmò l’assenza che la scomparsa di Sarà e dell’antroposofia in me, ma alla fine dell’anno, lei tornò in Italia. Rimasi così da solo per i tre mesi estivi. In quel periodo sviluppai una forte malinconia che aveva radici inspiegabili per me, che solitamente ero d’umore sereno. Questo processo di caduta, profonda e aspra, durò diversi mesi, culminando nel febbraio dell’anno successivo. A quel punto non avevo né il conforto della scienza della natura né di quella dello spirito. Smisi perfino di scrivere.

Ma alla morte nell’ora più triste e scura, segue la resurrezione all’albeggiare del nuovo giorno.

Fu lì che tornarono spontaneamente le parole di Steiner, la voce che le pronunciava era quella del Prof. E fu lì che compresi come egli il Prof. avesse atteso nell’ombra per poi aiutarmi in modo percepibile eppure sovrasensibile. Prima mi sentivo una pietra, dura e scura, delimitata dalle sue stesse asprezze, poi divenni un calice, pronto a ricevere o una spugna, per usare un’analogia cara al Prof. Ero ora permeabile alla conoscenza che avevo messo da parte, che pensavo definitivamente sepolta. L’antroposofia era invece rinata in me come nuova conoscenza vivente.

A quel punto non era più legata alla vita fisica del Prof. ma anzi, la sua morte e la sua ricomparsa successiva nella mia interiorità, erano la prova che l’antroposofia prescindeva dall’ultima incarnazione fisica del Prof. egli era per me solo un tramite, tanto sapiente quanto umile. Questo si palesò alla mia immaginazione nel modo più potente, perfino stupendomi: svelò infatti alla mia osservazione cosciente conoscenze, su di me e sul mondo, che non avevo mai avuto prima. Dopo il vorace stadio di bruco, in cui divorai libri di Steiner, l’antroposofia, si era impupata nella crisalide dentro di me, in attesa di poter essere metamorfosata in farfalla perfetta, raggiungendo così il suo stadio più adulto. Qualcosa di antichissimo e al contempo totalmente nuovo albergava ora dentro di me. Ricominciai quindi a scrivere.

E con questa disposizione d’anima che andato finalmente in visita al Goetheanum. Per questo quando sono arrivato lì mi sono sentito a casa. Perché quel luogo lo avevo già dentro, avendolo conquistato con estrema difficoltà, nonostante gli errori e le perdite l’antroposofia era lì per dare un senso e un significato a ciò che sentivo fin da quando ricordi.

Per questo il Goetheanum è per me casa. La casa del mio spirito.

Il soffitto della Sala Grande del secondo Goetheanum.

Il soffitto della Sala Grande del secondo Goetheanum.

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